2011-1-Gestione dell'affettività

Padiglione Fieristico via Vanzetti, 38  -  Thiene 23 marzo 2011

Gestire affettività ed emozioni nell'infanzia  
Relatrice dott.ssa CELEGATO ANNALISA, esperta in educazione familiare IRSE
 
Le radici
L'albero cresce, dà foglie, fiori, frutti, genera e si rigenera; esposto alle forze dell'ambiente e delle stagioni si piega ma non cede, resiste.....oggi diremmo è resiliente (resistenza e autodeterminazione rispetto alle avversità). Le Radici profonde nella terra buona, fertile, sono tutto ciò che gli permette di vivere...e di vivere bene.

Non basta vivere, è importante vivere bene (in un mondo disciplinato): le nostre radici sono l'amore e la cura con cui siamo stati cresciuti e a cui siamo stati anche educati. È all'interno di una relazione affettiva stabilita all'inizio della vita e vissuta durante l'infanzia che si impara a riconoscere le proprie e altrui emozioni e a gestire l'affettività che saranno il fondamento della sessualità adulta.

Parlare di sessualità significa comprendere una molteplicità di "attenzioni" e di "vissuti" che vanno a costruire la nostra identità di adulto rappresentata dalla percezione di Sé, dell'altro e di cosa l'altro "può pensare di me", identità che si associa a tutta una serie di emozioni che la esprimono.

Il bambino dalla nascita fino alla pubertà vive l'epoca di maggior dipendenza fisica e psicologica nell'arco della sua vita, soprattutto nei primi 3 anni di vita.

In questo periodo è molto importante significare le esperienze del neonato e del bambino attraverso relazioni attente, affettuose capaci di "raccontare al bambino com'è fatto", come se si fosse uno specchio attraverso il quale il bambino rispecchiandosi scopre se stesso, parole e gesti che la mamma e il papà comunicano al bambino e che risultano nello stesso tempo capaci di insegnare tutte quelle regole necessarie a soddisfare i propri bisogni fondamentali. Quando la mamma ad esempio ha cura del proprio bambino e risponde ai suoi bisogni, nello stesso tempo gli comunica tutta una serie di regole di vita: "quando piangi...capisco che hai fame e ti do il latte, quando hai sonno....ti cambio e ti metto nella culla...e ti insegno a capire che questo tuo bisogno me lo comunichi nel modo giusto e che queste sono le risposte adeguate che lo soddisfano, perché poi ti calmi e mi sorridi"; quello che accade non è banale: metto in atto tutti quei riti per lo più ripetitivi ma carichi affettivamente che rappresentano per il bambino la prima acquisizione di una disciplina positiva, rassicurante, che nel tempo imparerà a darsi da sé.

Quando si parla della relazione materna s'intende anche la cura paterna: ad es. dalla relazione paterna in particolare la figlia femmina  costruirà la prima impronta delle future relazioni affettive adulte.
 
Dalla dipendenza all'autonomia
In questo periodo si forma nelle relazioni un sistema definito di "attaccamento" (Bowlby) ma che potremmo chiamare anche di "esplorazione" che è espressione del tipo di legame che il bambino ha instaurato con la madre e con le persone che si prendono cura di lui (quindi anche il papà, la nonna, la baby sitter, l'educatore in generale, quando sono significativamente presenti nella vita del bambino): più il bambino percepisce un genitore attento, responsivo, protettivo, affettivamente rassicurante ma anche capace di lasciarlo esplorare il mondo, più avrà interiorizzato sentimenti positivi sufficientemente stabili da poter affrontare il mondo con un atteggiamento fiducioso e emotivamente più equilibrato e capace di gestire le proprie difficoltà anche quando sarà adulto e si dovrà orientare a stabilire relazioni adulte e in particolare relazioni intime. Le nostre relazioni sono molto legate al timore che abbiamo di essere abbandonati e alla fiducia che abbiamo nell'altro come sentimenti che ci appartengono al di là di chi sia veramente l'altro: questi sentimenti li abbiamo costruiti nel tempo con le persone importanti che abbiamo incontrato nella nostra vita.
È proprio nel periodo di maggior dipendenza che quindi il bambino sulla base delle emozioni vissute rispetto ai comportamenti dei genitori forma la sua autonomia, il modo in cui la gestisce nei rapporti con gli altri, si fa un'idea di come funziona il mondo. Attraverso la relazione con entrambi i genitori impara ad avere cura di sé, del proprio corpo, ad  avere una accettazione positiva di com'è: questi messaggi fondamentali che passano attraverso una comunicazione fatta di contatto fisico, attraverso tutti i sensi, di comunicazione verbale e non verbale, di conoscenza delle emozioni e espressione dei sentimenti permetteranno all'adulto di domani di gestire responsabilmente e consapevolmente la propria sessualità.
 
Genitori non si nasce ma si diventa:  prima......e dopo

La capacità di cura dei genitori si è fatta proprio nella storia personale di ciascuno di noi attraverso queste relazioni. Fin da piccoli nutriamo la fantasia di avere "un bambino nella pancia": questo desiderio generalizzato, senza distinzione di sesso, e fondato sul  voler imitare i propri genitori, è la spinta iniziale della nostra capacità di generare e si è concretizzata nel figlio dal momento in cui "due si incontrano e nella coppia, insieme, sviluppano e intrecciano il desiderio di un figlio come simbolo di amore, come desiderio di coppia".

Dalla coppia centro del mondo al decentrarsi insieme verso la generatività.

Insieme, uniti da un progetto ma all'interno di una diversità complementare: è fondamentale riconoscersi diversi nella coppia, in uno spazio di reciprocità e tolleranza per poter poi creare-generare uno spazio nuovo per un figlio, come riemergere dell'antico desiderio infantile ma ora consapevolmente condiviso.

Si può dire che "si genera prima di generare": lo spazio che si crea nella mente, e poi anche di fatto, appartiene quindi prima al singolo, padre e madre, senza distinzione gerarchica, e di seguito alla nuova identità che si sente e si vive come coppia.

Nasce un bambino....nasce una persona: un bambino non è un vaso vuoto! È un essere che ha bisogno di essere riconosciuto perché ha bisogno di riconoscersi, è un essere che ha bisogno di dare un nome a ciò che vede e sente, è un essere che ha bisogno di pazienza e costanza per divenire paziente e costante,.....è una persona che ha bisogno di un linguaggio emozionale per esprimere se stesso, conoscersi, conoscere l'altro e amare.

Le Emozioni sono una forma di linguaggio, a base innata, adattive (reagiamo all'ambiente) ma che possono attivare l'organismo in modo esagerato quando si legano ad esperienze vissute particolarmente pericolose per la nostra sicurezza, o quando non adeguatamente "contenute" e normalizzate: ad esempio per un neonato è molto importante una madre capace di accogliere con atteggiamento calmo e sereno la "smorfia di disagio" che ci comunica e che traduciamo dicendo "hai male al pancino !". Questo significa che non basta l'aver capito quale è il problema del bambino e nemmeno risolverlo, è molto importante prima di tutto comunicarglielo con il mezzo più espressivo e fondante che noi abbiamo come esseri umani: la parola.

La parola è un suono arricchito di senso! Un suono calmo, tranquillo produce un effetto emozionale completamente diverso da uno brusco, forte, aggressivo.

Entro i 18 mesi di vita le emozioni hanno fatto già la loro comparsa: lo sconforto già dalla nascita, la paura dopo i 5 mesi e dopo i 12 mesi sono in grado di provare disprezzo e vivere il senso di colpa.

Il bambino comunica con le nostre emozioni dal momento in cui è stato concepito: le percepisce e dalla nascita è in grado di reagire ad esse con coerenza.

A 8 mesi è in grado di interpretare le nostre espressioni di ansia e incoraggiamento a lui rivolte; a 12 mesi anche quelle che intercorrono tra due persone: la mamma e il papà.

A 2-3 anni è consapevole dei propri stati emotivi: è già evidente l'empatia (la capacità di "vedere e sentire con gli occhi e il cuore dell'altro") che si manifesta nella capacità del bambino di consolare l'amichetto che piange e nell'espressione verbale e non verbale delle emozioni comprese di una storia che gli si racconta (o nel gioco: la bambola contenta, l'orsetto spaventato, il pupazzo triste).

Dopo i 3 anni iniziano a comprendere che gli altri possono avere emozioni diverse dalle loro: "a me quella storia piace, a te no!"; ma solo a 6 anni cominciano a rendersi conto che non solo si può cambiare una emozione ma anche provare ambivalenza: "non mi piace stare con la nonna, però quando gioca con me al pallone mi diverto"

Questo breve resoconto evolutivo della prima infanzia non può altro che riempirci di stupore sulla ricchezza emozionale del bambino. Il rischio è di sottovalutarla a favore di uno sviluppo prevalentemente corporeo e conseguentemente di entrare in comunicazione con essa troppo tardi.
 
Emozioni e Sentimenti
le Emozioni  richiedono un apprendimento di controllo, i Sentimenti invece hanno bisogno di essere espressi.

Quando il bambino vive una emozione di collera la sua prima espressione è fisica: il processo di controllo della reazione corporea è lungo e faticoso (inizia a 8-9 mesi e si potrebbe dire che non ha mai fine!) e dipende anche da fattori cognitivi di sviluppo, affettivi, sociali e culturali; il bambino ha bisogno di essere aiutato a limitare una reazione, o a diluirla nel tempo, o a collocarla solo all'interno dell'ambito in cui si è venuta a creare (ad es.. consideriamo gli adulti stessi che portano a casa la rabbia accumulata in ufficio!).

Già a 3-4 anni il bambino è capace di nascondere le proprie emozioni ma solo a 6 anni "inganna" consapevolmente e intenzionalmente perché gli conviene  rispetto all'emozione negativa provata.

Come aiutare allora il bambino a gestire le proprie emozioni e a vivere una vita affettiva? Imparando a vivere le relazioni e tutte le situazioni piacevoli e non, attraverso la consapevolezza e l'espressione dei SENTIMENTI, prima di tutto da parte dei genitori che spesso di fronte alle azioni del bambino vivono l'ansia e la paura che si faccia male, o che non abbia raggiunto nei tempi "definiti" le tappe evolutive e che quindi possa essere "troppo diverso dagli altri", oppure sentimenti di frustrazione quando sembra che facciano i capricci e non si riesce a tollerarli e a far passare la disciplina....reagendo così anche in modo iperprotettivo o diventando apparentemente vittime del "piccolo despota", ma in realtà delle nostre insicurezze, oppure applicando una disciplina di tipo autoritario con il risultato di aver infine aggiunto ai timori del bambino anche le nostre ansie e di aver frenato la sua conquista di autonomia.

Si rende necessario imparare ad esprimere i nostri sentimenti e imparare ad ascoltare quelli dei figli oltre ad incoraggiarli ad esprimerli: questa attività nel bambino più piccolo passa attraverso le carezze, gli abbracci, i sorrisi e man mano che cresce si aggiungono altri strumenti come le fiabe, il gioco, il fare delle cose insieme, il comunicarci "come io mi sento".

"Come mi sento?": "comunque io mi senta nessuno può giudicare o sminuire il mio sentimento e nemmeno costringermi a comportarmi diversamente come se esso non fosse tale". Un bambino che ha paura del buio va compreso, non negato nel suo sentimento: il modo migliore per aiutarlo è dargli delle opportunità per raccontare la sua paura e fargli sentire che lo capiamo e gli diamo il tempo per imparare a gestirla e superarla. Il suo tempo! Le minacce non solo non servono ma sono fonte di umiliazione.

Usiamo il linguaggio dei sentimenti in famiglia? Forse no, forse non siamo abituati o li esprimiamo per lo più indirettamente come forma di giudizio.

Eppure guardiamo quando due giovani si innamorano: come comunicare senza esprimere i propri sentimenti? Come costruire una relazione senza conoscere il proprio modo di sentire e aver sviluppato la capacità di cogliere i sentimenti dell'altro?

Questi due giovani innamorati hanno costruito la loro affettività e il loro modo di vivere la sessualità a partire dalle nostre braccia!

Per questo può essere molto utile incontrarsi con altri genitori, per rendere più solide ed affettive le "nostre braccia" e assieme attraverso il confronto e la crescita educativa rendere possibile alla famiglia un futuro affettivo migliore e più sereno nella capacità di un confronto emozionale costruttivo che rende possibile affrontare le difficoltà.

Con l'augurio migliore di un buon cammino educativo vi ricordiamo che l'Associazione A.Ge. che vi propone questi incontri, vi offre anche l'opportunità di realizzare questo confronto attraverso un breve percorso: la "Scuola Genitori A.Ge".

 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
 
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Luigia Giudicotti,
19 lug 2012, 06:18
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